«Anch’io avrei potuto essere tra gli ‘scartati’ di oggi»

 

“La vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro”. Lo dice il Papa, in un contributo video – della durata di 18 minuti – inviato a “Ted 2017”, in corso a Vancouver, in Canada, sul tema: “The future you”. “Incontrando o ascoltando ammalati che soffrono, migranti che affrontano tremende difficoltà in cerca di un futuro migliore, carcerati che portano l’inferno nel proprio cuore, persone, specialmente giovani, che non hanno lavoro, mi accompagna spesso una domanda: ‘Perché loro e non io?’”, esordisce Francesco. “Anch’io sono nato in una famiglia di migranti: mio papà, i miei nonni, come tanti altri italiani, sono partiti per l’Argentina e hanno conosciuto la sorte di chi resta senza nulla”, ricorda il Papa: “Anch’io avrei potuto essere tra gli ‘scartati’ di oggi. Perciò nel mio cuore rimane sempre quella domanda: Perché loro e non io?” (dal Sir).

Sul sito Vatican Insider de La Stampa trovate una sintesi del contributo a firma di Andrea Tornielli.

 

Annunci

Don Milani, un prete che amava la Chiesa, come papa Francesco

In occasione dell’uscita dell’opera omnia del prete di Barbiana (Meridiani Mondadori), presentata domenica 23 aprile a Milano, la “recensione” è stata curata da un personaggio d’eccezione, Papa Francesco. Ecco il videomessaggio del suo intervento, 10 minuti assolutamente da ascoltare!

Inoltre, in questa pagina web si trova l’intervista del Sir ad Alberto Melloni, curatore dell’opera Omnia di don Lorenzo Milani.

Il “Santo Popolo di Dio” come orizzonte

papa discorsoLa recente lettera di papa Francesco al card. Marc Ouellet (in fondo trovate un’ampia sintesi in formato pdf), in quanto presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina (datata 19 marzo, ma resa pubblica il 26 aprile) è l’ennesimo testo di questo papa che può essere liquidato con facili considerazioni (riguarda solo un continente, l’America Latina appunto; è un breve testo non sistematico dato che si sa che questo papa non è teologo; e così via…); oppure si può prenderla sul serio, come stimolo che un pastore “non-qualsiasi”, il Vescovo di Roma, offre alle chiese, avendo probabilmente in mente una pluralità di riferimenti che vanno ben oltre l’occasione che ha generato il testo. A questa seconda ipotesi spinge anche il fatto che il testo contiene significative autocitazioni da “Evangelii Gaudium”, quasi a richiamare appunto un orizzonte più largo e universale. E quando si riferisce a una esperienza specifica dell’America latina (la così detta “pastorale popolare”) ne riferisce la definizione non a documenti del Celam (Conferenze episcopali latino americane), ma all’ “Evangeli Nuntiandi” di Paolo VI…

A noi sembra che questa lettera, tutt’altro che di occasione, segni un passaggio fondamentale nel cammino che il Vescovo di Roma sembra aver intrapreso con assoluta determinazione: una recezione del Concilio Vaticano II che superi l’assunzione “materiale” della parole e dei concetti e ne assuma invece ben più radicalmente la forma in pienezza.

La questione è tutta nelle prime righe: assumere come orizzonte di riferimento il Santo Popolo fedele di Dio. È questo il punto di vista, la logica interpretativa, il centro e il soggetto chiave di ogni pensiero e parola sulla chiesa. E questo poiché “guardare al Popolo di Dio è ricordare che tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa come laici”. È la vita ordinaria la vera materia della fede, la vita così come è, e tutto ciò che facciamo (pastorale, servizi, organizzazioni, ministeri…) è a servizio del fatto che questa vita fiorisca tra le mani di Dio per tutti.

Così non stupisce che il vero pericolo sia individuato nel clericalismo, anche quello dei laici (“Senza rendercene conto, abbiamo generato una élite laicale credendo che sono laici impegnati solo quelli che lavorano in cose “dei preti”, e abbiamo dimenticato, trascurandolo, il credente che molte volte brucia la sua speranza nella lotta quotidiana per vivere la fede”) e che si trovino affermazioni che possono sembrarci fin troppo forti (“Non è mai il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti”).

Noi, i laici, saremo in grado di “sentire cum Ecclesiam” nel raccogliere questa sfida e insieme ai nostri pastori servire il Regno di Dio?

Stella Morra

Lettera a Marc Ouellet

“Non bisogna mai disperare della pace, se si costruisce la giustizia”

ceci n'est pas une religion

Ai cattolici di Parigi

Parigi, 10 gennaio 2015

Il nostro Paese, la nostra città di Parigi in particolare, sono stati questa settimana teatro di violenze e di barbarie senza precedenti. Da molti anni, per noi, la guerra, la morte era sempre altrove, anche se in quel periodo, soldati francesi erano impegnati in diversi Paesi per cercare di portare un po’ di pace. Alcuni l’hanno pagato con la loro vita.

Ma la morte violenta si è autoinvitata all’improvviso. In Francia e ben oltre i nostri confini, tutti sono sotto choc. La maggior parte dei nostri concittadini hanno vissuto questa situazione come un appello a riscoprire un certo numero di valori fondamentali della nostra Repubblica, come la libertà di religione o la libertà di opinione. Gli assembramenti spontanei di questi ultimi giorni sono stati caratterizzati da un grande raccoglimento, senza manifestazione di odio né di violenza. La tristezza del lutto e la convinzione che noi abbiamo qualcosa da difendere insieme uniscono i francesi.

Una caricatura, anche di cattivo gusto, una critica anche gravemente ingiusta, non possono essere messe sullo stesso piano di un omicidio. La libertà di stampa è, a qualunque costo, il segno di una società matura. Che uomini nati nel nostro Paese, nostri concittadini, possano pensare che la sola risposta giusta ad uno scherno o ad un insulto sia la morte dei loro autori, mette la nostra società davanti a gravi interrogativi. Che ebrei francesi paghino ancora una volta un tributo ai turbamenti che agitano la nostra comunità nazionale, raddoppia ancora la loro gravità. Noi rendiamo anche omaggio ai poliziotti morti nell’esercitare fino in fondo il loro servizio.

Invito i cattolici di Parigi a pregare il Signore per le vittime dei terroristi, per i loro coniugi, per i loro figli e le loro famiglie. Preghiamo anche per il nostro Paese: che la moderazione, la temperanza e la padronanza di sé di cui abbiamo dato prova finora siano confermate nelle settimane e nei mesi che verranno; che nessuno ceda al panico o all’odio; che nessuno ceda alla semplificazione di identificare alcuni fanatici con una religione intera. E preghiamo anche per i terroristi, affinché scoprano la verità del giudizio di Dio.

Domandiamo la grazia di essere artigiani di pace. Non bisogna mai disperare della pace, se si costruisce la giustizia.

+ Cardinale André VINGT-TROIS
Arcivescovo di Parigi

 

NB – La vignetta è stata pubblicata dall’associazione dei giovani musulmani di Francia

Un grido di intercessione

In questi tempi in cui le guerre civili infuriano sulla sponda sud e quella est del Mediterraneo andiamo a ripescare un brano del Card. Carlo Maria Martini (scomparso il 31 agosto 2012): è tratto dall’omelia tenuta durante la veglia per la pace organizzata dai giovani di Azione Cattolica, nel Duomo di Milano il 29 gennaio 1991, per prevenire il raid americano in Iraq (1ª Guerra del Golfo).

carlo-maria-martiniIo lo dico e ne do testimonianza: il mio cuore è turbato, la mia coscienza è lacerata, i miei pensieri si smarriscono. Tutti noi, senza fare eccezione tra credenti e non credenti possiamo ripetere: i nostri cuori sono turbati, le nostre coscienze sono lacerate, i nostri pensieri si smarriscono, le nostre opinioni tendono a dividersi.
Smarrimento e angoscia che non ci coinvolgono solo sul terreno del lutto per i morti, delle lacrime per tutti i feriti, del lamento doloroso per i profughi, per i senza tetto, per coloro che vivono nell’angoscia dei bombardamenti giorno e notte. Lo smarrimento e la divisione delle opinioni avvengono pure sul terreno delle riflessioni etico/politiche, che in questi giorni si succedono facendo balenare i più diversi giudizi.
Vorrei dire molto di più: lo smarrimento e l’angoscia toccano persino l’ambito della fede e della preghiera, che è quello che ci riunisce questa sera, perché siamo qui per vegliare, digiunare, intercedere, facendo nostre le intercessioni e le grida di tutti gli uomini e le donne, di tutti i bambini, di tutti i vecchi in qualche modo coinvolti nel conflitto del Golfo, di qualunque parte essi siano. […]
Vorrei leggere una bella preghiera di Paolo VI, scritta molti anni fa, ma che si addice al nostro incontro, nella quale si dice tra l’altro: «Signore, noi abbiamo ancora le mani insanguinate dalle ultime guerre mondiali… Signore, noi siamo oggi tanto armati come non lo siamo mai stati nei secoli prima d’ora e siamo così carichi di strumenti micidiali da potere, in un istante, incendiare la terra e distruggere forse anche l’umanità. Signore, noi abbiamo fondato lo sviluppo e la prosperità di molte nostre industrie colossali sulla demoniaca capacità di produrre armi di tutti i calibri, e tutte rivolte a uccidere e a sterminare gli uomini nostri fratelli; così abbiamo stabilito l’equilibrio crudele dell’economia di tante nazioni potenti sul mercato delle armi alle nazioni povere, prive di aratri, di scuole e di ospedali» (per la III Giornata mondiale della pace, 1 gennaio 1970). Continua a leggere

Messaggio delle donne alla Chiesa

Un messaggio alla Chiesa a nome di tutte le donne. Lo hanno lanciato le oltre 200 teologhe cristiane provenienti da tutto il mondo a conclusione del convegno teologico internazionale, dal titolo “Teologhe rileggono il Vaticano II. Assumere una storia, preparare il futuro”, che si è tenuto dal 4 al 6 ottobre a Roma, organizzato dal Coordinamento teologhe italiane.

“Ed è ora a te che ci rivolgiamo, amata Chiesa di cui siamo figlie e amiche, perché ci riconosciamo parte consapevole della tua tradizione di amore.
E’ in quella consapevolezza che si innesta la nostra assunzione di memoria, oggi forte e necessaria come prima. Continua a leggere

L’impronta di padre Salmann

Il nome di Elmar Salmann, teologo e monaco benedettino, non è sconosciuto a chi ha seguito in questi anni l’Atrio dei Gentili: abbiamo letto suoi testi, lottato con i suoi equilibrismi intellettuali e spirituali, ci siamo beati delle sue metafore e immagini, ci siamo lasciati provocare dalle domande rigorose e senza sconto.
Ora, dopo trent’anni esatti di insegnamento, il p. Salmann lascia Roma e sabato 3 marzo al Pontificio Ateno S. Anselmo si è tenuto un atto accademico, di saluto e gratitudine.
Andrea Grillo ha tenuto un breve discorso (che potete trovare in http://grilloroma.blogspot.com/) bellissimo, intenso e vero, in cui si ritrova tutto Salmann e nessun panegirico, retoricamente all’altezza dell’italiano perfetto e raffinato del professore, davvero da leggere…
Nella stessa occasione è stato presentato un libro (E. Salmann, Memorie Italiane. Impressioni e impronte di un cammino teologico, Cittadella editrice, Assisi, 2012, € 16,80) in cui accanto ad una lunga intervista al p. Salmann e a due suoi inediti, 8 suoi dottorandi (tra cui anche io, con timore e tremore) mostrano in quante direzioni diverse sono andati a pensare a partire dalla lezione del professore… Anche questo un bel libro, davvero.
Il quotidiano Il Foglio, ha dedicato nel suo numero di sabato 3 marzo ben 8 pagine a Salmann, il dossier è intitolato Il ritrattista di Dio… risonanze fuori dalle mura di una intelligenza ben spesa al servizio della teologia…
In giorni così il mio (faticoso) mestiere di teologo mi sembra davvero un dono di grazia.
Stella Morra