La bellezza dell’imperfezione

Paolo Tassinari, coordinatore dell’equipe “L’anello perduto”, servizio della diocesi di Fossano rivolto a separati, divorziati e risposati, ha scritto un articolo (pubblicato su La Fedeltà del 15 ottobre) per fare il punto sulla situazione dopo la prima settimana di lavori del Sinodo straordinario sulla famiglia, in svolgimento a Roma fino a domenica 19 ottobre. La riflessione, che pubblichiamo di seguito, si intitola “La bellezza dell’imperfezione”.

In questi giorni a Roma, si sta svolgendo la seconda fase di lavoro del Sinodo straordinario sulla Famiglia, alla luce dei dibattiti della settimana scorsa, che sono confluiti nella “Relatio post disceptationem”, un documento di sintesi presentato lunedì dal cardinale Peter Erdõ, relatore generale, alla presenza del Papa e dei 191 padri sinodali. I Vescovi sono ora riuniti nei “circuli minores”, cioè gruppi di lavoro linguistici, col compito di integrare questo documento, in vista della “relatio synodi” finale che verrà votata dai padri sinodali sabato prossimo, il giorno prima della conclusione dell’assise, alla quale farà seguito, nell’ottobre del 2015, un secondo Sinodo, questa volta ordinario, sempre sulla famiglia.

L’attesa per il completamento di questo itinerario offre uno spazio opportuno di riflessione sullo stile che emerge dal documento, e di approfondimento di qualcuno dei temi “caldi” affrontati dall’assemblea sinodale.

Stupisce e commuove la messa in opera dell’ermeneutica conciliare, “eco fedelissima del Vangelo” (Card. Pellegrino), nell’affrontare le “sfide pastorali sulla famiglia”, e lo stupore di Francesco: “Ogni volta che torniamo alla fonte dell’esperienza cristiana, si aprono strade nuove e possibilità impensate”.

Per affrontare le sfide che coppie in nuova unione pongono alla comunità cristiana, il linguaggio è mutato da precedenti testi, e con esso l’aggancio ecclesiologico fondamentale: non si usa l’espressione “situazioni irregolari”, se non in due titoletti, piuttosto “forme imperfette che si trovano al di fuori di tale realtà nuziale, ad essa comunque ordinate” (n. 18). Questo orizzonte si ispira alla prospettiva più generale già delineata dalla “Lumen Gentium” quando, pur riaffermando la piena sussistenza della Chiesa di Cristo nella Chiesa cattolica, riconosce come anche “al di fuori del suo organismo si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità, che, appartenendo propriamente per dono di Dio alla Chiesa di Cristo, spingono verso l’unità cattolica” (n. 17).

Ecco allora il compito che la Relatio affida non solo ai Vescovi ma a tutta la comunità cristiana, alla luce di Gaudium et Spes 22, e cioè riconoscere “i semi del Verbo sparsi oltre i suoi confini visibili e sacramentali”, e adoperarsi per vedere in essi “un germe da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio” (n.22); qui alcune piste restano coraggiosamente aperte e da esplorare con tenacia e passione.

Il documento in più parti, cita la cosiddetta “legge di gradualità”, ripresa da Familiaris Consortio ma formulata ancor prima dal Concilio Vaticano II, che conferma la visione di un modo articolato di essere Chiesa da parte dei battezzati, in qualunque condizione essi si trovino, in vista di un possibile cammino di maturazione, da valorizzare e incoraggiare ma non cancellare perché “oggettivamente disordinato o contraddittorio”.

Tuttavia, se da una parte il testo al n. 13 cita la Familiaris Consortio n. 34, laddove è proposto alle coppie di “non guardare alla legge solo come ad un puro ideale da raggiungere in futuro”, in quanto “la legge della gradualità, o cammino graduale, non può identificarsi con la gradualità della legge, come se ci fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse”, dall’altra al n. 36 ci sorprende davvero: “Occorre che nella proposta ecclesiale, pur presentando con chiarezza l’ideale, indichiamo anche elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più a tale ideale”. Per dirlo in breve: la bellezza dell’imperfezione, cioè la conversione missionaria di Francesco, con al centro una “verità che si incarna nella fragilità umana non per condannarla, ma per guarirla” (n. 25).

L’invito cioè, è di uscire dalla logica del “tutto o niente” (n. 40), avendo il coraggio di lasciarsi iniziare “all’arte dell’accompagnamento, imparando a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro” (n. 41); a tal proposito, in tema di unioni omosessuali, al n. 52 il documento afferma: “Si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners”.

Alcune prospettive emerse dai dibattiti in questi ultimi mesi comunque, sembrano non trovare ancora spazio nella discussione dei Vescovi: se la soluzione per ricondurre al sacramento una nuova unione è solo da ricercarsi nello snellimento delle procedure di nullità, ci si chiede per quale motivo convocare un Sinodo straordinario e uno Ordinario a distanza di un anno; il problema della storia degli effetti del vincolo che in non pochi casi hanno reso invivibile la vita della coppia, al momento non sembra essere presa in considerazione. Anche il ritorno a condizioni precise alla celebrazione del sacramento della Riconciliazione e dell’Eucarestia per le coppie in nuova unione, ipotesi impensabile fino a poco tempo fa, appare debole e problematica se non dentro l’orizzonte di un possibile riconoscimento dell’unione stessa; questo tema necessita una chiarificazione.

La speranza è che l’approfondimento auspicato al n. 48, assieme al lavoro delle chiese locali in vista del Sinodo ordinario dell’anno prossimo, possano condurci a riscoprire nelle nostre imperfezioni, ciò che è buono, bello e vero, e quindi cristiano.

Paolo Tassinari

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