Quattro giorni ad Amman

Una riflessione di Stella Morra.

wucwoHo avuto l’opportunità (preziosa) di partecipare, dal 24 al 27 ottobre, alla Conferenza Women believers at the service of life, dignity and common good, che si è tenuta ad Amman (Giordania), proposta dalla Organizzazione Mondiale delle Associazioni Femminili Cattoliche (WUCWCO), in collaborazione con il Forum Internazionale di Azione Cattolica (FIAC/IFCA) e con il Patriarcato Latino di Gerusalemme. Il tentativo riuscito di un incontro tra donne cristiane dei paesi del Medio Oriente e donne di Europa e Americhe, per conoscersi, segnare una vicinanza, prendere una parola, nello scenario di una regione tormentata e ferita…. Già un piccolo segnale da notare: le rappresentati africane non hanno potuto partecipare alla Conferenza per problemi di visto.
Per i dettagli e i contenuti della Conferenza si possono vedere i siti delle due organizzazioni (www.wucwco.org e www.fiacifca.org). Mi piacerebbe invece qui condividere qualche impressione più personale di 4 giorni intensi, brevi certamente, ma che hanno avuto il potere (a causa dell’intensità degli incontri e dei temi su cui ci siamo incontrate tra donne) di lasciare comunque un segno profondo.

La prima esperienza è stata quella di un cristianesimo davvero minoritario e in difficoltà, su grandi, ma anche piccole e quotidiane questioni; lo sappiamo, certo: in Medio Oriente le comunità cristiane si fanno progressivamente sempre meno numerose, vivono in alcuni casi la persecuzione, in altri casi semplicemente (ma intensamente) una reale condizione di non centralità culturale, anzi…. di sospetto e limitazioni. Lo sappiamo, ma i volti, le storie personali, fare l’esperienza di una domenica che è un normale giorno lavorativo e in cui (in un paese tutto sommato liberale nella regione, come la Giordania) ci si sente fortunati perché la legge garantisce la possibilità di prendere un permesso dal lavoro per partecipare alla Messa… tutto questo mostra un volto molto diverso da ciò a cui siamo abituati. E cambia la prospettiva con cui guardare a ciò che noi stessi viviamo.
Il senso di solitudine che queste comunità cristiane rischiano di vivere, il sentirsi dimenticati dagli altri cristiani…. è davvero una responsabilità che ci interpella.

La seconda osservazione è che si fa l’esperienza di come e quanto la globalizzazione sia una strana realtà appena si esce dal circuito (che rimane nei nostri occhi totalizzante e centrale ahimè!) del mondo cosidetto occidentale e dei suoi satelliti. Ovunque si trova un MacDonald’s, ovvio (anche se i panini non sono uguali dovunque e hanno un certo tasso di “inculturazione”… le leggi del mercato!), ma anche solo scoprire in quale negozio si vende cosa, di ciò che serve per la vita quotidiana, non è affato facile quando, ad esempio, non solo la lingua, ma anche la grafia delle parole è totalmente indecifrabile… dove si comprano i fazzoletti di carta? E cosa si beve normalmente a tavola in un paese dove l’acqua è un bene prezioso assai? Il mondo è diventato tutto uguale, almeno nelle grandi città? Vero, ma anche falso, illusione ottica che rischia di renderci ciechi e sordi e porta a costruire “recinti” dove ritrovare i gesti consueti, perché si, tutto si può esportare.
Ma tutto rischia di esser così vicino da diventare infinitamente lontano…

La terza e ultima considerazione è che, in un luogo così complesso della geografia, della politica e della fede cristiana, davvero il ruolo delle donne può essere decisivo: serve, con urgenza, un sapere pratico della vita che trasformi e curi, che raccolga i frammenti di ciò che è, nella realtà, senza buttare nulla, che possa cucire, a partire da ciò che è, un futuro e una speranza possibili. Le donne determinate e vitali che ho incontrato (forza e grazia, davvero!) sono un segno grande di desiderio e passione, intelligenza, cultura, responsabilità assunte senza paura (o con un coraggio superiore alla paura), vere “matriarche bibliche”, capaci di aprire gli occhi e il cuore dei piccoli, di toccare l’anima dei grandi… Quante donne sconosciute sono dietro di loro, quante non incontriamo ad una conferenza internazionale, ma vivono, soffrono, nutrono e educano i loro figli…
E quale rete siamo in grado di costruire con loro? Quale legame di amicizia e collaborazione? Quanto sapremo educare i nostri figli e figlie ad essere consapevoli di quanto sta succedendo nelle terre dove le storie della Bibbia trasudano dalle stesse pietre e dalla polvere, dove i patriarchi, i profeti, Gesù, gli apostoli hanno camminato senza riguardo a quei confini che oggi dividono quella terra in universi distanti e nemici?

La Terra Santa: l’intero pianeta è santo, perché opera di Dio affidata agli uomini e alle donne; ma qui si scopre, con un certo stupore, che anche dal punto di vista storico e delle radici bibliche, la Terra Santa non può e non deve essere sequestrata da nessuno. Dobbiamo, insieme, essere in grado di consegnarla ai figli e alle figlie che hanno bisogno di radici e di futuro per vivere.

Stella Morra – Novembre 2013

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