Dio e l’io (ingombrante) di Vito Mancuso

Vito Mancuso, Io e Dio. Una guida per i perplessi, Garzanti 2011, pp. 496, € 18,60

(Grazie a Marco Ronconi per la recensione).

Vito Mancuso rappresenta uno dei casi editoriali degli ultimi anni. Anche i suoi più severi critici gli riconoscono il merito di aver posto sul tavolo alcune questioni che la teologia e la Chiesa cattolica stanno forse sottovalutando: si va dalla credibilità di alcune dottrine cattoliche ai nodi teoretici di alcune prese di posizione in ordine alla morale, fino ai rapporti tra fede e ragione. In questo volume Mancuso intende «riflettere sul fondamento del discorso umano su Dio» (p.17), schierandosi «contro la duplice minaccia dell’autoritarismo religioso e dello scientismo negatore del libero arbitrio» (p.16). Tra i molti temi già trattati in scritti precedenti, qui ripresi e approfonditi, possiamo elencare: la teodicea e il mistero del male, la struttura dell’atto di fede e alcuni articoli del Catechismo, tra cui la risurrezione di Cristo e l’inerranza delle Scritture. Ritornello costante dell’intero volume è il duplice intento di demolire definizioni magisteriali in quanto «false» e di riformare la teologia cattolica.
Il libro si snoda attorno a una mole smisurata di citazioni, che oscillano da Max Planck a Camillo Ruini, da Norberto Bobbio a Anselmo d’Aosta, da Benedetto XVI a Marco Aurelio, da Lucio Dalla a Beppe Bergomi. Programmaticamente la dedica è a Immanuel Kant e Albert Schweitzer, cui Mancuso si dichiara debitore: alla loro scuola, infatti, sarebbe possibile ricostruire il corretto rapporto tra religione ed etica, nella luce di un Dio da intendere come «essere-energia», unica idea in grado di dare ragione di un mondo proiettato verso il Bene ma sfigurato dal Male.
Il testo è intricato nelle parti polemiche e spesso semplicistico nelle altre. Le citazioni sono intessute in modo affascinante ma talora enigmatico. Per limitarci ai testi biblici, Mancuso si comporta per lo più come se gli ultimi secoli della teologia e dell’esegesi semplicemente non fossero esistiti, salvo poi rispolverarli quando favorevoli al proprio ragionamento (e difenderli in apposito capitolo). Alterna ragionamenti da teologo di mestiere con ampie digressioni accademiche a grossolane ricostruzioni e catalogazioni, mescolando piani e livelli e giustificandosi in modo sorprendente. Mentre ad esempio, contesta l’interpretazione letterale di un testo biblico (Gen 22), non esita a usare altrove un altro testo biblico interpretandolo proprio alla lettera (Ap 1,19), per giunta leggendolo come un ordine rivolto a se stesso. Il motivo di tale disparità di utilizzo è esplicitato: «sono andato a sfogliare la Bibbia alla ricerca delle domande che i testi attribuiscono a Dio, e tra tutte ne ho individuate due che ho avvertito più intensamente delle altre, quasi come se oggi fossero rivolte a me» (p.399). I criteri ultimi usati dall’autore per interpretare la Scrittura (nonostante il fumo delle citazioni) sono l’«avverto che», il «mi sembra che», l’«ho sentito che». Ci sembra quanto meno rischioso poggiare una nuova teologia – ma anche un nuovo pensiero tout court – su tali fondamenti.
Data tale «opzione metodologica» non stupiscono molte delle affermazioni sparse nei vari capitoli, che hanno generato polemiche. Ne ricordiamo solo alcune: «senza gli uomini, Dio non è dio perché non ha il termine con cui relazionarsi come il dio» (p.78); spetta alla coscienza del singolo distinguere quali pagine bibliche sono «moralmente indegne e teologicamente nocive» (p.248); l’appartenenza alla Chiesa è tale perché «sento e so che la Chiesa cattolica è la mia comunità» (p.191); il Bene è ciò che mi si mostra come Bene (passim). Non entriamo nel merito dei paragoni e confronti proposti fra le religioni mondiali.
Al termine della lettura, il libro non si mostra «pericoloso per la fede» o «demolitore dei dogmi», come da taluni è stato bollato e come un po’ troppo spesso Mancuso sembra ricordare, sfiorando l’autocompiacimento. Sembra piuttosto per la teologia ciò che è stato anni fa Federico Moccia per l’editoria letteraria (Tre metri sopra il cielo; Scusa ma ti chiamo amore, etc.): opere difficili da catalogare, liquidate con un certo snobismo da una parte ed esaltate dall’altra, zeppe di luoghi comuni e citazioni finalizzate a legittimare il sentimento come l’essenza della vita (sentimento adolescente nel caso di Moccia, non ci arrischiamo a definire quello di Mancuso). I libri di Moccia ebbero grande (ed effimero) successo perché il mondo adolescente – almeno di quegli anni – ritrovò i suoni della propria voce: lo slang, i passaggi logici fragili ma identitari, i luoghi comuni più beceri ma inevitabili nel cammino di crescita, che venivano lì vellicati. Il successo smisurato di quei romanzetti e i dibattiti che ne scaturirono, tuttavia, non interrogavano tanto sulla letteratura in sé; il dato su cui occorreva un’urgente riflessione era sul fatto che una parte impressionante di adolescenti rivelavano di riconoscersi in un linguaggio finalizzato all’autogiustificazione esibizionistica della propria fragile emotività e dei propri personali capricci, senza che nessun adulto degno di tal nome avesse mostrato loro un senso della misura (anzi, in certi casi lodando l’operazione come «sincera» e passi se il protagonista seduceva la protagonista tentando di stuprarla sotto la doccia, quel che conta è che alla fine vincano i sentimenti e poi lui non voleva farle davvero male…).
Allo stesso modo la domanda che pone alla teologia e alla Chiesa il successo dei libri di Mancuso non è sulle sue proposte teoretiche. Enzo Bianchi le ha definite in passato «gnostiche», salvo poi vedersi accusare da Mancuso di non aver capito non solo i propri testi, ma neppure cosa sia la gnosi (cfr. La Repubblica, 28 aprile 2009). La vera e urgente questione nasce dal fatto che un numero impressionante di contemporanei trova grande consonanza tra il suo linguaggio autoreferenziale e la sua logica volatile, e il proprio modo di interrogarsi sulla fede. Il semplice fatto che Mancuso affronti una serie di temi su cui è calata negli ultimi decenni un’impressionante coltre di silenzio e rassegnazione sembra far passare in secondo piano: le contraddizioni interne, un metodo quanto meno discutibile (sono io che decido cosa è Parola di Dio e cosa non lo è? E che differenza c’è con i peggiori integralisti? È forse il fatto che io sono buono e loro sono cattivi? Vogliamo scherzare, vero?), un’idea di Chiesa su cui si potrebbe discutere per pagine e un concetto di Bene (di Dio, considerati come puri sinonimi) che si basa alla fine su evidenze che dall’autore sono indicate come inevitabili alla fine dei suoi ragionamenti e che – lo confessiamo – a noi non si sono quasi mai rivelate, pur leggendo e rileggendo.
Peccato, perché alcune delle domande poste restano effettivamente urgenti. E pur rimanendo – anche noi, nel nostro piccolo – in disaccordo – anche forte – con molte delle cose dette e fatte dal card. Ruini durante il suo servizio ecclesiale, non riteniamo per questo di dover strumentalizzare la tradizione cristiana al grido di «io».
Marco Ronconi

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