Quando non c’è posto per il povero, non c’è posto per Dio

Che cosa manca alla Francia, all’Italia, all’Europa e a ognuno di noi, così che non sappiamo accogliere, contenere, ma pensiamo di essere autorizzati e anzi obbligati per nostra legittima difesa a buttar fuori chi è di troppo tra noi, e che vediamo come nemico, parassita, insidia alla nostra identità (e benessere)? Una domanda che porta con sé la risposta. Ci manca la  capacità di entrare in relazione, che è la base, l’ordito e la trama dell’esistere. (…) Ma le relazioni più strette, basilari, personali e familiari, da cui nasciamo e in cui viviamo, se vissute bene, ci avviano alla relazione con ogni altro in cui ci viene incontro l’Altro per eccellenza, che è al tempo stesso «più intimo del mio stesso intimo» (Agostino, “Confessioni”, III, 6.11). Tutti abbiamo bisogno di rinforzarci in questa capacità. La cosa grave è che oggi la sua mancanza non viene riconosciuta come tale, come una debolezza, fonte di gravissime colpe e drammi. Viene invece esaltata come forza. Forza di identità. Un nuovo, strampalato idolo cui ci prosterniamo, ignorando che l’identità è viva solo se cresce e cambia nelle relazioni, se è capace di variare, di trasformarsi: così diventa sempre di nuovo sé stessa. Altrimenti è una cosa morta.

Nel racconto del Natale, un elemento importante è che «non c’era posto per loro nell’albergo» (Lc 2,7). Nella città per eccellenza – simbolo del tessuto delle strutture, istituzioni e identità umane, della nostra storia, coscienza, politica, religione – non ci sarà posto per Gesù, che sarà crocifisso al di fuori di essa. Quando nell’albergo del nostro cuore e della nostra società non c’è posto per il forestiero e il povero, non c’è posto per Dio. Questa “cifra” significa, anche per chi non crede, che non c’è posto per noi stessi, per la nostra vita autentica.

Maria Cristina Bartolomei, docente di filosofia
e teologia (Jesus, dicembre 2010)

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