Il Cristianesimo in frantumi: la recensione

(nella foto un momento della presentazione del libro “Il Cristianesimo in frantumi” – ed. Effatà, pp. 112, € 9,50 – che si è svolta sabato 11 dicembre a Fossano: da sinistra il prof. Roberto Franzini Tibaldeo, il docente don Marco Gallo e la teologa Stella Morra)

Un tratto di strada con un viaggiatore instancabile del sapere

Ho già letto due volte questo piccolo e denso volume i cui autori sono Michel De Certeau e Jean-Marie Domenach. Il libro infatti riporta un loro dialogo avvenuto quasi quarant’anni fa, registrato il 22 maggio 1973 dalla radio nazionale francese Ortf. Il volume è tradotto dalla teologa fossanese Stella Morra, uno dei maggiori esperti italiani di De Certeau, che su di lui ha scritto la tesi di dottorato: “Pas Sans Toi” (edito dalla Pontificia Università Gregoriana). Il volume si apre proprio con una prefazione della Morra, quasi un saggio, che introduce i due autori e spiega come a distanza di quarant’anni questo testo possa stimolare, toccando temi scomodi con una lucidità impressionante. La postfazione è di padre Ghislain Lafont, benedettino, che ricorda l’effetto di quelle parole in un periodo storico particolare, a ridosso del Concilio e a pochi anni dal maggio francese. Parole amare, inaspettate, ma a distanza di anni foriere di ragionamenti ancora aperti. La sua è una testimonianza sincera e stimolante.

Michel De Certeau è un gesuita francese nato a Chambery nel 1925 da famiglia nobile, indirizzato verso il sacerdozio e divenuto gesuita con l’idea di andare ad evangelizzare la Cina sulle orme del grande Matteo Ricci. Invece crebbe come storico, prima della Compagnia e poi soprattutto dei mistici del XVI-XVII secolo. È autore di opere che spaziano in molteplici campi del sapere, dalla storiografia all’antropologia, alla sociologia; è stato membro dell’Ècole lacanienne dalla fondazione fino alla chiusura. Il secondo autore è Jean-Marie Domenach: partigiano, iniziatore con Michel Foucault del “Gruppo di informazione delle prigioni” e direttore della rivista “Esprit”. È un laico, ma nel dialogo è spiazzato dalle posizioni radicali di De Certeau e sembra assumere il ruolo di difensore della tradizione.
Al centro del libro il cristianesimo e le sue pratiche credenti in epoca di post-modernità. Il testo ha la duttilità del parlato, con gli scambi e gli spostamenti del dialogo. Un tentativo serio, lucido, tagliente e, possiamo ben dire, profetico di leggere il cristianesimo e le pratiche che ne sono elemento fondamentale. Di vedere le radici dei grandi cambiamenti che sono in atto e avere il coraggio di lasciare le tesi pre-costituite per affrontare il nuovo, anche se scomodo. Un ricco esercizio di uscita dagli schemi, attuale ora più di allora.
Questo volume si affianca ad altri di Certeau. Tra i maggiori: “La debolezza del credere” (ed. Città aperta, 2006), “Fabula Mistica” (ed. Jaca Book, 2008), “La scrittura dell’altro” (ed. Cortina, 2005), “L’invenzione del quotidiano” (ed. Lavoro, 2001), “Mai senza l’altro” (ed. Qiqajon, 1993). Manca purtroppo la magistrale biografia di François Dosse, “Michel de Certeau: Le marcheur blessé” (ed. Decouverte, 2002), ancora assente per il lettore italiano, che permetterebbe di conoscere la figura dell’autore nelle tante sfaccettature e complessità di una vita ricca.
Leggere De Certeau non è semplice, la scrittura è densa, complessa, ma è un’esperienza di estrema ricchezza e una fonte di ispirazione, con la scoperta di frammenti, di pensieri ispiratori per una sorta di ‘bracconaggio’ come De Certeau teorizzava. Insomma un tratto di strada con un viaggiatore incessante del sapere.
Paolo Baggia
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