La protesta degli studenti

Una giornata spettrale, ieri a Roma. Via del Corso a mezzogiorno deserta come neppure il 15 di agosto. E poi il rumore improvviso di una massa vociante di studenti, colorati e anche un po’ spaventosi, come spavento fa sempre una folla che, in quanto folla, possiede poco cervello e molta pancia, capace di improvvise pazzie.
Poi un attimo di teso placarsi delle grida, quando un gruppetto cerca di rovesciare gli automezzi della polizia messi a bloccare l’accesso alle vie della politica e del potere. D’improvviso, da una via laterale, uno schieramento di poliziotti in tenuta antisommossa che battono ritmicamente i manganelli sugli scudi, con un fragore selvaggio di tamburi ancestrali…
Lo so, era per far sentire agli studenti l’arrivo della polizia e evitare che si sentissero presi di sorpresa, con reazioni inconsulte; lo so, ha funzionato, gli studenti sono arretrati e tranne qualche spintone non è successo nulla di grave, dunque è stato saggio decidere così. Ma non ho potuto evitare di pensare che era una scena cilena, e lo so che questo è la mia simbolica, non quella degli adolescenti o poco più che erano in piazza, che forse neppure sanno cosa è accaduto in Cile molti anni fa.
E’ stato così, o poco diverso, a Bologna, a Firenze, a Torino, a Pisa… quando la piazza si scatena, il criterio diventa contenere i danni, evitare la radicalizzazione e cercare di fare in modo che la pancia emotiva e la paura non causino morti.
Ma in mezzo ai calcoli politici, alle convenienze di chi vuole far cadere/non far cadere il governo, alle letture ideologiche, chi raccoglierà la domanda di partecipazione e di democrazia, di protagonismo che sta emergendo da una generazione (anzi da due o tre, dagli studenti delle superiori ai non più tanto giovani ricercatori precari delle università) di questo disagio pragmatico e non ideologico che abbiamo visto per le strade e nelle scuole occupate?
Irragionevoli? Certo! Con tutte le dismisure adolescenziali? Certo! Perché dovrebbero essere più adulti di noi questi ragazzi e saper agire politicamente quando noi abbiamo da vent’anni almeno smesso di pensarci politicamente?
Nel decennio che la chiesa italiana dedica all’educazione, quale assordante silenzio sale dalle comunità cristiane in quest’occasione… neppure una parola a difesa della scuola pubblica, neppure una richiesta di attenzione allo sguardo educativo necessario. Anche qui, lo so, molti (davvero molti) cristiani che lavorano e vivono nella scuola stanno spendendosi e facendo del loro meglio, per ascoltare, capire, assumersi responsabilità. Ma non possiamo fare di questo impegno una presa di parola pubblica? O, almeno, un’occasione per un esame di coscienza sulla nostra capacità di essere cittadini e adulti.

Stella Morra

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